Incontro in memoria di Madre Anna Attanasio 06/05/26

A un anno dalla sua scomparsa, il volto e l’eredità spirituale di Madre Anna Attanasio continuano a vivere nel cuore di Ostuni e Mesagne, nelle opere che ha lasciato, ma soprattutto nella memoria affettuosa di chi l’ha conosciuta. Nell’auditorium dedicato al cavaliere Agostino Calamo incastrato nella roccia sui colli ostunesi si è vissuta una serata intensa, attraversata da commozione sincera, ricordi personali e testimonianze profonde che hanno restituito il ritratto autentico di una donna capace di unire contemplazione e concretezza, maternità spirituale e straordinaria capacità progettuale.
La sala ha ascoltato in silenzio parole che avevano il tono della gratitudine ancora viva. Madre Anna, abbadessa del Monastero di San Pietro dal 1977 al 2014, è stata ricordata come una donna forte, coraggiosa, capace di vedere lontano quando molti non riuscivano ancora a comprendere la portata delle sue intuizioni. Una figura che ha segnato la storia recente della comunità benedettina e dell’intera città. Tra i momenti più toccanti della serata, la preghiera dell’Ave Maria intonata dalla voce limpida e quasi angelica di una delle monache presenti ha unito tutti in un raccoglimento profondo, trasformando il ricordo in preghiera condivisa. È stato il segno più eloquente di quanto Madre Anna continui ancora oggi a generare comunione.

Madre Pia Melchiorre ha spiegato il senso dell’incontro parlando del desiderio di custodirne la memoria, non soltanto attraverso le opere materiali lasciate in eredità, come il nuovo monastero di S. Maria d’Agnano, ma soprattutto attraverso la testimonianza di una fede rimasta integra fino alla fine. Entrata in monastero nel 1959, Madre Anna aveva consacrato tutta la sua vita a Dio vivendo con radicalità la spiritualità benedettina, fino a diventare abbadessa nel 1977. Il suo nome resta legato soprattutto alla costruzione del nuovo monastero, un progetto che all’inizio suscitò dubbi e resistenze, ma che oggi appare come un’autentica profezia. Tra il 2006 e il 2009, grazie a una determinazione instancabile, quel sogno prese forma diventando il luogo della continuità e del rinnovamento della vita monastica. Madre Anna aveva intuito che per custodire il futuro bisognava avere il coraggio di cambiare.
Don Maurizio Caliandro, vicario foraneo, l’ha ricordata con parole cariche di affetto definendola semplicemente “la Madre”. Nei suoi ricordi d’infanzia riaffiorano i colloqui spirituali oltre la grata, ma anche il sapore familiare della limonata e dei dolci preparati dalle monache. Immagini semplici, quasi domestiche, che raccontano però la capacità di Madre Anna di generare accoglienza e vicinanza. “Questo luogo è stato un atto di speranza”, ha affermato, sottolineando come la sua fede avesse la forza di guardare oltre il presente.
Particolarmente significativa anche la testimonianza di Madre Benedetta, abbadessa del monastero di San Giovanni di Lecce, che ha ricordato l’ingegnere Cesare Sarno, autore del primo progetto del nuovo monastero. Ha ammesso con sincerità di non aver inizialmente condiviso la scelta di lasciare il monastero del centro storico, ma di aver poi riconosciuto il coraggio e la lucidità strategica di Madre Anna, capace di comprendere ciò che sarebbe stato necessario per garantire un futuro alla comunità benedettina.
Monsignor Rocco Talucci ha invece offerto una riflessione spirituale intensa, ricordando Madre Anna come una donna libera e coraggiosa. La grata del monastero, ha spiegato, non rappresentava una chiusura ma uno strumento di libertà interiore. Con delicatezza ha accompagnato le anziane monache “nel monastero del paradiso” e, nello stesso tempo, ha preparato il terreno per le giovani vocazioni che oggi continuano quella storia di preghiera e silenzio. Il suo intervento si è allargato anche al valore dei monasteri di clausura nella vita della Chiesa, autentici polmoni spirituali capaci di sostenere il cammino del popolo di Dio.
Molto emozionato anche l’intervento dell’avvocato Mario Sconosciuto, collaboratore storico della comunità, che ha ricordato i tanti sacrifici affrontati dalle monache per costruire il nuovo monastero. Per oltre dieci anni, ha raccontato, la comunità rinunciò persino al riscaldamento pur di raccogliere i fondi necessari alla realizzazione dell’opera. Un sacrificio silenzioso che dice molto della determinazione di Madre Anna e della fiducia che sapeva trasmettere. Sconosciuto ha ricordato anche il museo di arte sacra di Mesagne, fortemente voluto dall’abbadessa insieme a don Angelo Argentiero, nato dal suo profondo amore per la bellezza come riflesso dell’amore di Dio.
Madre Anna, infatti, aveva uno sguardo capace di riconoscere il valore spirituale delle cose belle. Non un’estetica superficiale, ma la convinzione che arte, liturgia e armonia potessero diventare strumenti per avvicinare l’uomo al divino. Quel museo oggi continua ad accogliere visitatori e giovani, custodendo la memoria di una tradizione monastica che parla ancora al presente. Anche don Gianluca Carriero, arciprete di Mesagne, ha condiviso alcuni aneddoti legati alle visite di Madre Anna al museo, ricordando la sua attenzione quasi materna verso ogni dettaglio e verso tutte le persone che attraversavano quei luoghi. Presenti all’incontro anche don Franco Blasi e Katiuscia Di Rocco, direttrice della biblioteca diocesana che ha moderato l’incontro con dolcezza e un pizzico di frizzante ironia. A concludere la serata è stato l’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, monsignor Giovanni Intini, che ha evidenziato il grande valore spirituale della presenza delle monache benedettine a Ostuni insieme agli altri monasteri contemplativi del territorio. Una presenza silenziosa ma fondamentale, capace di custodire la fede di un popolo e di ricordare alla Chiesa il primato della preghiera.
Quella vissuta ieri sera è sembrata una restituzione collettiva di affetto e riconoscenza verso una donna che ha saputo essere guida spirituale, madre, costruttrice di speranza e custode della bellezza. A un anno dalla sua partenza, Madre Anna continua ancora a parlare attraverso le pietre del monastero, il silenzio della clausura e la fede di una comunità che lei ha amato fino all’ultimo respiro.
Solennita' di tutti i Santi

La santità: vivere dentro l’amore della Trinità
Essere santi non significa essere perfetti o senza fragilità, ma lasciarsi abitare dall’amore di Dio.
La santità è vivere dentro le relazioni del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: un amore che non chiude mai in se stesso, ma si apre, accoglie e dona vita.
Il Padre ama e genera il Figlio, il Figlio ama e si dona al Padre, e lo Spirito è l’Amore che li unisce. In questo scambio di amore eterno, anche noi siamo chiamati a entrare: la santità è partecipare a questo movimento d’amore, lasciarsi coinvolgere in questo respiro divino.
Quando perdoniamo, quando ascoltiamo con cuore sincero, quando scegliamo la comunione invece della divisione, allora la vita della Trinità si riflette in noi. Lo Spirito ci trasforma, ci rende simili a Gesù, ci fa sentire figli amati del Padre.
La santità, dunque, non è una meta lontana, ma un cammino possibile per ciascuno: è imparare ogni giorno a vivere come vivono le Persone divine — nell’amore, nel dono reciproco, nella gioia della comunione.
Così, anche le nostre relazioni umane diventano luogo di presenza di Dio: famiglia, amicizia, comunità, lavoro… tutto può diventare spazio di santità, se vi abita l’amore che viene dalla Trinità.
AUGURI DI SANTITA'😇🙏😇
Solennità dei Santi Pietro e Paolo
Pietro e Paolo sono due grandi santi, due uomini che sono arrivati a donare la vita per Gesù Cristo, due figure a cui a guardare contemplando soprattutto ciò che lo Spirito ha compiuto nelle loro vite, segnate, come per tutti, da debolezze e fragilità.
Paolo, il perfetto uomo religioso, il fariseo irreprensibile, in nome del suo Dio si rese complice di minacce e stragi contro i cristiani verso i quali provò da subito un’ostile aggressività e un incontenibile odio.
Dopo la conversione, Paolo manterrà un carattere difficile; intransigente, duro, non portato ad alcun compromesso.
Pietro è l’uomo capace di grandi entusiasmi («Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò»; «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai»), sempre pronto a difendere Gesù, anche con la violenza. Ma il suo è un coraggio facile a disintegrarsi dinanzi ad una piccola serva nel cortile del sommo sacerdote. Rinnegherà il Maestro, fuggirà, come tutti gli altri.
Pietro e Paolo hanno provato il dolore della caduta, del limite e della fragilità ma al contempo il gratuito miracolo della salvezza. Per entrambi vale il denominatore comune della santità: la miseria visitata dalla misericordia.
Cosciente della sua debolezza, Paolo dirà: «Mi vanterò ben volentieri della mia debolezza... Infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12, 9 – 10).
A Pietro Gesù dice: «Tu sei roccia». Ma solo Dio è la roccia. Allora perché questa affermazione? Perché Pietro, facendo esperienza della sua incapacità, proprio in quel momento può manifestarsi un Altro. Là dove c’è questa debolezza manifestata, sperimentata, allora Dio può rivelarsi come la roccia. Il Padre è l’unico punto fermo, l’unica cosa che rimarrà anche quando tutto il resto crollerà. Per questo «darò le chiavi proprio a te», uomo debole.
Gesù è la pietra viva, rifiutata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, ma di questa costruzione Pietro è la prima pietra. Egli parteciperà per grazia alla saldezza della roccia che è Dio: anche Pietro, infatti, potrà venire meno nella sequela, cadere nel peccato, manifestarsi con le sue debolezze e comportamenti contradditori. È la fragilità e la debolezza nella sequela di Gesù che permetteranno a Pietro di essere esperto della misericordia del Signore.
Pietro e Paolo sono stati apostoli con due stili differenti, hanno servito il Signore con modalità diversissime, hanno vissuto la chiesa in un modo a volte dialettico se non contrapposto, ma entrambi hanno cercato di seguire il Signore e la sua volontà e insieme, grazie alle loro diversità, hanno saputo dare un volto alla missione cristiana e un fondamento alla chiesa di Roma.Celebrare insieme la loro memoria è anche un segno di unità nella diversità.

SIETE TUTTI INVITATI A PARTECIPARE!
SANTA PASQUA
“Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa”.
Questo trionfo è espresso dal canto di gioia della Chiesa, la quale, nella notte santa che segna la rinascita dell’uomo, attende la Luce nuova e proclama: “Esulti il coro degli angeli, esulti l'assemblea celeste: un inno di gloria saluti il trionfo del Signore risorto. Gioisca la terra inondata da così grande splendore; la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo”. Per questo “gioisce la madre Chiesa, splendente della gloria del suo Signore” che ha lottato da solo e ha vinto (cfr. Is 63, 1-5).
In questa mistica notte ciascun membro della Chiesa interpella Maria di Magdala come testimone: "Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?", ed ella risponde: "La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto, e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti. Cristo, mia speranza, è risorto; e vi precede in Galilea".
Anche noi, uniti a questa testimonianza concessaci per grazia e non certamente per merito, possiamo ripetere: “Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto!”.

DOMENICA DELLE PALME






Con la Domenica delle Palme, con cui si ricorda l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme per andare incontro alla morte, inizia la Settimana Santa durante la quale si rievocano gli ultimi giorni della vita terrena di Cristo e vengono celebrate la sua Passione, Morte e Risurrezione.
Il racconto dell’ingresso di Cristo a Gerusalemme è presente in tutti e quattro i Vangeli, ma con alcune varianti: quelli di Matteo e Marco raccontano che la gente sventolava rami di alberi, o fronde prese dai campi, Luca non ne fa menzione mentre solo Giovanni parla di palme (Mt 21,1-9; Mc 11,1-10; Lc 19,30-38; Gv 12,12-16).
L’episodio rimanda alla celebrazione della festività ebraica di Sukkot, la “festa delle Capanne”, in occasione della quale i fedeli arrivavano in massa in pellegrinaggio a Gerusalemme e salivano al tempio in processione. Ciascuno portava in mano e sventolava il lulav, un piccolo mazzetto composto dai rami di tre alberi, la palma, simbolo della fede, il mirto, simbolo della preghiera che s’innalza verso il cielo, e il salice, la cui forma delle foglie rimandava alla bocca chiusa dei fedeli, in silenzio di fronte a Dio, legati insieme con un filo d’erba (Lv. 23,40). Spesso attaccato al centro c’era anche una specie di cedro, l’etrog (il buon frutto che Israele unito rappresentava per il mondo).
Il cammino era ritmato dalle invocazioni di salvezza (Osanna, in ebraico Hoshana) in quella che col tempo divenuta una celebrazione corale della liberazione dall’Egitto: dopo il passaggio del mar Rosso, il popolo per quarant’anni era vissuto sotto delle tende, nelle capanne; secondo la tradizione, il Messia atteso si sarebbe manifestato proprio durante questa festa.
Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
Il prossimo 29 Giugno, alle ore 19, le monache Benedettine di C.da Agnano, invitano fedeli e conoscenti a vivere, insieme alla comunità monastica, la Festa di San Pietro, Titolare del loro Monastero.
A presiedere la celebrazione sarà il nostro nuovo Arcivescovo, Mons. Giovanni Intini che, al termine della funzione religiosa, saluterà i partecipanti presenti.
Le monache provvederanno ad un momento di ristoro per favorire la comunione e la gratitudine a Dio per quello che opera nella vita di ognuno.

Santa Scolastica
O Santa Vergine Scolastica, dolce sorella del Padre Benedetto, che per la tua intensa preghiera e il tuo più grande amore sei stata esaudita dal Signore, con la tua potente intercessione ottienici un’abbondante pioggia di grazia affinché, nulla anteponendo all’amore di Cristo, facciamo della nostra vita un’incessante preghiera a salvezza di tutto il mondo. Amen.
Festa Sacra Famiglia
Santa e dolce dimora,
dove Gesù fanciullo
nasconde la sua gloria!
Giuseppe addestra all'umile
arte del falegname
il Figlio dell'Altissimo.
Accanto a lui Maria
fa lieta la sua casa
di una limpida gioia.
La mano del Signore
li guida e li protegge
nei giorni della prova.
O famiglia di Nazareth,
esperta del soffrire,
dona al mondo la pace.
A te sia lode, o Cristo,
al Padre ed allo Spirito Santo.
Amen












